Stranieri e accesso al pubblico impiego: il Consiglio di Stato stabilisce che il principio di parità di trattamento tra lavoratori italiani e stranieri opera solo in una fase successiva all’instaurazione del rapporto di lavoro

Il fatto che ha dato luogo al parere prende origine dal supposto superamento e dalla lamentata illegittimità del d.P.R. n. 487/1994 nella parte in cui limita ai cittadini italiani o dei Paesi membri dell’Unione europea la partecipazione “ad un pubblico concorso per l’assunzione temporanea in un Ente pubblico”. Secondo la visione della parte ricorrente la norma contrasta, infatti, con quanto indicato dall’articolo 2 del d.lgs. n. 286/1998 laddove è previsto che lo straniero regolarmente soggiornante sul territorio nazionale goda in materia civile degli stessi diritti riconosciuti ai cittadini ed al lavoratore straniero vada riconosciuta piena parità di trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani.

Il ragionamento che il Consiglio di Stato effettua per arrivare a ritenere infondata la tesi del ricorrente parte proprio dall’errore nel far rientrare nell’ambito della materia civile i rapporti di lavoro. La tutela del lavoro entra a livello costituzionale fra i rapporti economici. Richiamare il comma 3 dell’articolo 2 del d.lgs. n. 286/1998, non è corretto in quanto si effettua un salto logico ingiustificabile, equiparando i lavoratori stranieri (coloro cioè che siano già titolari di un rapporto di lavoro) con i cittadini stranieri (in attesa di occupazione). Solo dopo l’instaurazione del rapporto di lavoro non possono tollerarsi disparità di trattamento fra italiani e stranieri. Dove ha voluto il legislatore ha reso chiara l’equiparazione fra l’individuo cittadino e l’individuo straniero, a prescindere dalla sua qualità di lavoratore. Poiché il citato comma 3 non afferma che a tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio italiano è garantita parità di trattamento e piena eguaglianza con il cittadino in materia di diritto al lavoro (cosa che non poteva comunque essere detta, letto il divieto posto dall’articolo 51 Cost.), ma si limita ad affermare la parità di trattamento fra i lavoratori stranieri ed italiani, è evidente che occorre intendere che ciò si verifica nei casi in cui lo straniero non comunitario abbia in atto un rapporto di lavoro nei settori in cui tale rapporto può essergli attribuito.

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