Mutilazioni genitali femminili rilevanti per status di rifugiato

Gli atti di mutilazione genitale femminile (di seguito denominati MGF) costituiscono atti di persecuzione per motivi di appartenenza ad un determinato gruppo sociale e, se accertato che tali atti siano specificamente riferibili alla persona della richiedente, costituiscono il presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 2 e seguenti del Decreto Legislativo 19.11.2007, n. 251, attuativo della Direttiva 2004/83/CE, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta. Queste le conclusioni conformi di due distinte e recenti pronunce, la prima della Corte d’Appello di Catania, la seconda del Tribunale di Cagliari (che a sua volta richiama una precedente pronuncia della Corte d’Appello di Roma – decisione del 2.7.2012), che hanno trattato in sede giurisdizionale la domanda di protezione internazionale di due donne nigeriane precedentemente diniegate dalle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.

Leggermente diversi i percorsi argomentativi delle due pronunce.

Dopo aver giudicato il racconto della reclamante attendibile e compatibile con il quadro generale che delle pratiche di MGF in Nigeria forniscono le principali fonti internazionali (Amnesty International, O.M.S., U.N.H.C.R.), nella sentenza 27.11.2012 la Corte d’Appello di Catania ha definito la MGF “una forma di violenza, morale e materiale, discriminatoria di genere, legata cioè alla appartenenza al genere femminile”, e, come tale, riconducibile ai motivi di persecuzione rilevanti ai sensi del già citato D.Lvo 251/07. Ma non solo. Dal momento che le MGF trovano la loro genesi in profonde tradizioni culturali o credenze religiose, il rifiuto di sottoporre sé stessa o le proprie figlie a tali pratiche espone la donna, e le proprie figlie, al rischio concreto di essere considerata nel Paese di origine “un oppositore politico ovvero come un soggetto che si pone fuori dai modelli religiosi e dai valori sociali, e quindi essere perseguiata per tale motivo”. Conclude la Corte che sussistono, pertanto, i presupposti per riconoscere alla reclamante lo status di rifugiato, e ciò affinché ella possa sottrarsi alla violenza di genere e al trattamento discriminatorio che conseguirebbe in caso di rifiuto di sottoporsi alla violenza stessa.

Diverso l’approccio seguito dal Tribunale di Cagliari nell’ordinanza 3.4.2013. Il dato di partenza è stato la constatazione della gravità di tale forma di violenza, come descritta dall’O.M.S. e dall’U.N.H.C.R., tanto da essere considerata presupposto per il riconoscimento della protezione internazionale dalla giurisprudenza di vari Paesi, e, in particolare, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (il riferimento è al caso Emily Collins and Ashley Akaziebie v. Sweden, Applicazione n. 23944/05, 8.3.2007, nel quale la Corte ha dichiarato inammissibile la domanda solo perché la persecuzione non era risultata riferibile personalmente alla richiedente). Il Tribunale ha ritenuto possibile interpretare la norma che definisce la qualifica di rifugiato (art. 2, lett. e), D.Lvo 251/07) in senso conforme alla citata sentenza della Corte Europea in quanto, si cita testualmente, “la rappresentazione della mutilazione genitale femminile quale atto di persecuzione per motivi di appartenenza ad un determinato gruppo sociale è palesemente compatibile con la tutela degli interessi costituzionalmente protetti contenuta negli articoli 2 e 3 della Costituzione, con particolare riguardo alla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e al principio di uguaglianza e di pari dignità sociale, senza distinzioni di sesso, alla stessa stregua dei motivi di razza, religione, nazionalità o di opinione politica.” Il passo successivo seguito dal Tribunale si è tradotto nella verifica della riferibilità degli atti di MGF alla persona della richiedente alla stregua dei criteri delineati dal D.Lvo 251/07 ed interpretati dalla Corte di Cassazione; l’esito positivo di tale verifica ha portato il Tribunale a concludere per il riconoscimento a favore della ricorrente della più ampia e tutelante tra le forme di protezione internazionale.

Fonte: Questione Giustizia

Leggi la sentenza di Catania e di Cagliari

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