La discriminazione nel calcio. Non per tutti i calciatori vigono le stesse regole

È andata in scena ieri mattina nella sala stampa della Camera dei Deputati la presentazione del dossier La discriminazione nel calcio. Non per tutti i calciatori vigono le stesse regole, un agevole lavoro d’inchiesta (curato da Carolina Antonucci e Cristiana Pelliccetti) che entra a gamba tesa sulle discriminazioni praticate nei confronti della cittadinanza migrante nel pallone, sia a livello basico nelle scuole calcio (nel caso di minori) che nelle competizioni agonistiche dilettanti e professionistiche.

L’iniziativa, promossa dalle associazioni Antigone, Progetto Diritti e dalla polisportiva Atletico Diritti (formata da migranti e studenti dell’ateneo Roma Tre), è stata presieduta da Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e presidente dell’Atletico Diritti, e ha visto la partecipazione attiva tra gli altri di Alessandra Camporota (capo dell’Ufficio di Gabinetto del Dipartimento libertà civili e immigrazione del Ministero dell’Interno), il deputato Pd Paolo Beni (già presidente Arci dal 2004 al 2014) e Giulio Marcon, deputato di Sinistra italiana, che a fine settembre aveva già promosso una proposta di legge sul finanziamento dello sport di base e sociale.

Nell’introduzione, Marietti ha ricordato come l’evento fosse inscritto nelle football people weeks lanciate da «Fare», un network con partner in oltre 40 paesi dove «gruppi di tifosi, organizzazioni per i diritti umani, club amatoriali e popolari e attivisti contribuiscono con le loro competenze e azioni ad uno sforzo concreto per rendere la discriminazione nel calcio storia passata».

La presentazione del dossier si è mossa lungo una duplice direttrice di ragionamento. Da un lato l’attacco all’eccessiva burocratizzazione dei passaggi normativi necessari affinché un migrante, comunitario e non, richiedente asilo o protezione umanitaria, possa essere regolarmente iscritto alla Lega Nazionale Dilettanti della Figc; dall’altro, si è ribadita con forza la necessità di snellire queste formalità amministrative perché lo sport rappresenta oggi il più sano dei metodi per veicolare integrazione, uguaglianza e sensibilità sociale. Una verità raccolta e rilanciata dal giovane senegalese Niang Cheikh (ancora in attesa dell’ok per il tesseramento, visto che i giocatori extracomunitari alla fine di ogni stagione vengono svincolati), giocatore dell’Atletico che domenica scorsa ha debuttato in III categoria. Il quale ha ringraziato «tutte le associazioni e le persone che compongono la nostra squadra, perché senza di loro integrarsi in Italia sarebbe stato più difficile: anche per questo vogliamo superare queste difficoltà amministrative».

Come ha spiegato Antonucci, infatti, «la discriminazione che esaminiamo non parla di striscioni allo stadio o cori razzisti, ma è relativa alla disparità di documenti richiesti per tesserare italiani e stranieri. Per il tesseramento di un calciatore italiano servono solo dati anagrafici, codice fiscale e certificato di residenza; per il tesseramento di un extracomunitario, oltre al certificato anagrafico di residenza si dovrà presentare copia del permesso di soggiorno che deve avere validità «almeno fino al 31 gennaio dell’anno in cui si conclude la stagione sportiva».

Ciò, ha proseguito Antonucci, «equivale ad un muro invalicabile per chi è in attesa del primo rilascio, chi ne attende il rinnovo e chi attende la protezione internazionale. Senza contare le gravose complessità che si aggiungono al tesseramento di minori non italiani, nonostante la ratio di fondo che tenti di tutelare il più possibile i bambini dalla cosiddetta “tratta dei talenti”».

Degna di nota, infine, la proiezione (che ha aperto l’evento) di alcuni stralci del documentario sulla vita della squadra dell’Atletico Diritti Frammenti di libertà, del giovane regista Alessandro Marinelli, premio Ilaria Alpi del 2014.

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