Sesto Rapporto Annuale “I migranti nel mercato del lavoro in Italia” 2016

 

Sesta edizione del Rapporto “I migranti nel mercato del lavoro in Italia”, curato dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con la Direzione Generale dei Sistemi Informativi, dell’innovazione tecnologica e della comunicazione, l’INPS, l’lNAIL, Unioncamere, e con il coordinamento di Italia Lavoro.

L’analisi conferma l’inversione dei trend occupazionali che hanno caratterizzato il mercato del lavoro degli ultimi anni. I dati del 2015 registrano, secondo i dati ISTAT, una crescita del numero degli occupati comunitari (+34.300 circa) e non comunitari (+30.650 circa). Si tratta di una netta discontinuità rispetto a quanto avvenuto negli anni interessati dalla crisi economica: ora, infatti, tutte le componenti osservate presentano andamenti positivi.

Tali trend sono confermati dai dati amministrativi (SISCO–Sistema Informativo delle Comunicazioni Obbligatorie): nel 2015, per i cittadini migranti si rileva un volume di rapporti di lavoro attivati, ovvero di assunzioni, pari a 1.969.635 unità (circa il 20% del totale dei contratti stipulati), di cui 782.953 hanno interessato lavoratori comunitari e 1.186.682 non comunitari. Rispetto al 2014, si osserva una variazione positiva pari a +0,6% per gli UE e a +4,7% per i non UE, a fronte di un +4,1% del numero di rapporti che hanno interessato i lavoratori italiani.

Simmetricamente alla crescita dell’occupazione e della domanda di lavoro, si ravvisano segnali di riassorbimento della disoccupazione. Tra il 2014 e il 2015 si osserva in ISTAT un decremento del numero di persone in cerca di occupazione: dalle 465.695 del 2014 alle 456.115 del 2015, con una diminuzione della componente non UE (-2,8%) e di quella italiana (-7%).

Persistente è l’aumento della inattività, legato alla crescita del fenomeno tra la componente femminile, in particolare di origine non comunitaria. Gli inattivi non UE crescono di circa 20 mila unità (+2,2%) e gli UE di circa 10 mila unità (+3,1%).

La segmentazione professionale dei lavoratori migranti, impiegati prevalentemente con profili esecutivi, è confermata dai dati del 2015: la quasi totalità dei lavoratori comunitari e non comunitari svolge un lavoro alle dipendenze e poco meno dell’80% è impiegato con la qualifica di operaio. Lo 0,9% degli occupati stranieri ha una qualifica di dirigente o quadro, a fronte del 7,6% degli italiani. L’asimmetria tra livello di istruzione e impieghi svolti è un altro elemento che caratterizza i migranti nel mercato del lavoro italiano, seppur con differenze significative tra le cittadinanze; la quota di lavoratori UE e non UE laureati impiegati con mansioni di basso livello è pari, rispettivamente, al 6,1% e all’8,4% dei totali di riferimento, a fronte dell’1,3% degli italiani.

La quota di famiglie straniere in una condizione di forte criticità materiale è molto alta. Nel 2015 è possibile stimare un numero di famiglie di soli cittadini stranieri senza alcun percettore di reddito/pensione da lavoro pari a 263.317 unità. Si tratta del 15,5% dei nuclei composti di soli cittadini comunitari e del 14,1% dei nuclei composti di soli cittadini non comunitari. Nella medesima condizione di criticità si trova il 7,6% delle famiglie italiane.

Il quadro della condizione occupazionale dei cittadini stranieri è dunque composito. Al di là dei segnali positivi (espansione dell’area dell’occupazione e contestuale riduzione della disoccupazione), permangono alcuni nodi critici. Tra questi, l’inconciliabilità tra chance occupazionali legate a mansioni esecutive poco remunerate e l’inevitabile crescita del salario di riserva, dovuto all’allungamento dei periodi di permanenza e/o al consolidarsi della presenza di giovani con background migratorio (“seconde generazioni”); l’ancora ridotta partecipazione al sistema dei servizi per l’impiego e delle politiche attive (il 36,8% dei disoccupati stranieri non ha mai contattato un servizio pubblico per l’impiego); l’inattività femminile che interessa in maniera considerevole alcune specifiche comunità; le strutture familiari profondamente eterogenee da comunità a comunità, che determinano modalità diverse di partecipazione al mercato del lavoro.