A Milano incontro su migranti e volontariato: si disegnano nuovi modelli di accoglienza

Elisabetta Bianchetti, per Redattore Sociale, riporta quelli che sono stati i principali temi affrontati e quelle che sono le opinioni condivise che sono emerse durante l’incontro:  “Migrazioni umanitarie e sistemi di accoglienza: oltre l’emergenza”, organizzato alla fine di aprile da Ciessevi-Università del Volontariato a conclusione del corso sull’emergenza-accoglienza dei profughi. Per l’occasione si sono ritrovate le principali organizzazioni di volontariato Milanesi per fare il punto sull’accoglienza dei migranti a Milano.

“Sono ormai trent’anni che a Milano diverse associazioni non profit si occupano del problema – ha sottolineato Ivan Nissoli, presidente di Ciessevi. – Seppur in modi diversi, sono diventate dei veri e propri modelli di operatività. 

“Cerchiamo di offrire un servizio che restituisca dignità ai profughi, anche se è un obiettivo difficile”, ha affermato Monica Simeone di Croce Rossa Italiana, Comitato di Milano. “In città gestiamo due centri di accoglienza: erano nati per essere strutture di transito, ma di fatto per tanti si stanno rivelando come una situazione prolungata nel tempo. Sono luoghi dove il senso della persona si perde, perché in uno spazio limitato sono costrette a convivere parecchi individui provenienti da culture completamente diverse”. Di conseguenza, “modulare interventi di assistenza e di integrazione è complicato. Pensiamo ai tempi per l’ottenimento del permesso di soggiorno, alla richiesta di avere un codice fiscale, o la carta d’identità.

O ad ostacoli che rallentano i nostri sforzi, come l’iscrizione a un corso di formazione o l’accesso a una scuola. Infine, quando un immigrato è arrivato a ottenere la protezione sussidiaria o umanitaria, o l’asilo, noi gestori dei centri siamo obbligati a farli uscire. Perché, se arriva il collocamento nello Sprar, le persone vanno allontanate”. (…)

Abbiamo redatto una Carta della buona accoglienza che prova a mettere in fila le buone prassi per operare, – ha spiegato Paolo Pagani della cooperativa Farsi Prossimo, del circuito di Caritas Ambrosiana.

La prima attenzione è verificare le condizioni di salute e l’eventuale presa in carico dei problemi sanitari. La seconda riguarda il fascicolo del richiedente protezione: l’iter del primo permesso di soggiorno, la domanda di asilo eccetera. Al terzo posto c’è l’insegnamento della lingua italiana e non solo, perché a Milano il 15% dei rifugiati sono analfabeti che parlano solo il loro dialetto locale. Poi c’è l’avviamento professionale: mentre alcuni hanno già una professione, altri devono essere avviati con tirocini, corsi e altro. L’ultimo step lo chiamiamo il “dopo di noi” ed è la preparazione all’autonomia una volta usciti da sistema di protezione che avviene con la collaborazione di organizzazioni di terzo livello. Tutte queste attenzioni devono essere condite da un elemento fondamentale che è la relazione, in cui l’azione del volontariato gioca un ruolo chiave”.

 Ma è “oltre l’emergenza” e sulla legge Minniti-Orlando che sono emerse le maggiori criticità. “Assistiamo a un numero elevatissimo di dinieghi ad entrare nel sistema di protezione, – ha affermato Susi Ioveno di SOS Emergenza rifugiati. – In questo momento siamo al 60-70% di risposte negative, nonostante siano in corso gli ultimi appelli previsti. Il problema scoppierà quando dovremo gestire tutti questi migranti che, rifiutati dal sistema, diventeranno clandestini. (…)

Diversa invece è la proposta di Refugees Welcome Italia. “La nostra attività, – ha spiegato Matteo Bassoli, – è fondata sul dialogo, e sulla convinzione che accogliere l’altro, lo straniero, può soltanto arricchirci. Questa visione la coniughiamo tramite la condivisione del ‘tetto’. Siamo partiti da un interrogativo: perché non accogliere i rifugiati a casa nostra? Con l’attivazione di legami di comunità possono nascere e svilupparsi percorsi reali di inclusione e di convivenza. Per questo non chiediamo l’uso di un appartamento sfitto, ma l’accoglienza in casa propria. Si tratta della terza fase del percorso di accoglienza, di migranti che escono dal sistema di protezione. Un’accoglienza non vincolata da tempi tecnici o normativi, ma che tiene conto dell’intervallo necessario per portare queste persone all’autonomia lavorativa e abitativa, dentro uno spazio tutelato. I nostri ospitanti sono molto eterogenei: oltre alle famiglie tradizionali ci sono single, gruppi di studenti, giovani coppie. Dietro c’è un lavoro complesso di valutazione sia del migrante che della famiglia. Noi partiamo dall’idea che un periodo in famiglia acceleri una reale integrazione”. 

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