Insultò la Kjenge. La Cassazione lo condanna per diffamazione aggravata da discriminazione razziale

Insultò la Kjenge. La Cassazione lo condanna per diffamazione aggravata da discriminazione razziale

“Un cittadino italiano pubblicava sul proprio profilo di un noto social network un commento con cui ha inteso criticare l’intervento dell’allora ministra dell’integrazione Cecile Kjenge, sostenendo che le proposte da quest’ultima avanzate (ovvero di garantire alla popolazione zingara la possibilità di ottenere una casa del patrimonio immobiliare pubblico, la cittadinanza ed un lavoro) non erano per nulla condivise dalla maggioranza degli italiani, concludendo con la frase “rassegni le dimissioni e se ne torni nella giungla dalla quale è uscita.

A tale commento è seguita la querela per diffamazione, atteso che la denunciante si è ovviamente sentita lesa nell’onore e della dignità personali, specie in un momento in cui il quadro di dileggio nei suoi confronti era piuttosto diffuso. Il Tribunale di Trento prima, e la Corte d’appello poi, condannavano l’imputato per il reato di diffamazione, aggravata dalle finalità di discriminazione razziale.

(…)

Proponeva ricorso per cassazione il condannato, sostenendo innanzitutto che tra il suo commento e le espressioni rivolte alla stessa Kjenge da altri (peraltro sempre evocanti la medesima aggettivazione animalesca) non v’era alcun punto di contatto (…) I giudici di cassazione hanno infatti osservato che il legittimo esercizio del diritto  di critica, pur non potendosi pretendere caratterizzato dalla particolare  obiettività propria del diritto di cronaca, non consente comunque gratuite aggressioni alla dimensione morale della persona offesa e  presuppone sempre il rispetto del limite della continenza delle  espressioni utilizzate, da ritenersi superato nel momento in cui le stesse,  per il loro carattere gravemente infamante o inutilmente umiliante,  trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato, la cui  persona ne risulti denigrata in quanto tale.

(…) Nel caso di specie, secondo i giudici di Piazza Cavour è indubbio che l’espressione di cui si discute, lungi dal rappresentare una radicale critica all’azione politica della ministra, è trasmodata in un vero e proprio attacco gratuitamente umiliante nei confronti di quest’ultima ed inutilmente denigratorio della sua dignità”.

 

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