Il Tribunale di Milano chiede stop requisito cittadinanza per bandi mediatori culturali

Il Tribunale di Milano chiede stop requisito cittadinanza per bandi mediatori culturali

Per il Tribunale di Milano, la riserva ai soli cittadini italiani di un bando per l’assunzione di mediatori culturali destinati al sistema carcerario, è illegittima per contrasto con l’art. 38 Dlgs 165/01 interpretato alla luce della giurisprudenza della CGUE.

La questione affrontata dal Tribunale di Milano – su ricorso di ASGI, APN e di una cittadina spagnola – nasce dal fatto che l’art. 38 del TU Pubblico Impiego (d.lgs 165/01) aveva demandato a un DPCM l’individuazione dei “posti di lavoro e funzioni” riservati ai soli cittadini italiani e dunque sottratti all’accesso sia dei cittadini dell’Unione, sia di quelle categorie di cittadini extra UE che, con le modifiche introdotte dalla L. 97/13, sono stati ammessi al pubblico impiego a parità di condizioni con i cittadini UE (si tratta dei lungosoggiornanti, dei titolari di protezione internazionale, dei familiari di cittadini UE).
Secondo il predetto art. 38 i posti riservati agli italiani avrebbero dovuto essere quei “posti di lavoro e funzioni” che comportano l’esercizio diretto o indiretto di pubbliche funzioni o che attengono alla tutela dell’interesse nazionale.

(…) Non è questo ovviamente il caso dei mediatori culturali che, pur destinati a collaborare con l’amministrazione della giustizia, non esercitano sicuramente funzioni giudiziarie né alcun tipo di pubblico potere: una volta quindi rimossa la tesi, propria solo dell’ordinamento italiano, secondo la quale si potrebbero escludere intere amministrazioni (appunto un intero Ministero) sulla base di una sorta di intrinseca “natura” della amministrazione stessa, ne deriva immediatamente l’erroneità (e quindi il carattere discriminatorio) del bando in questione.

Se dunque il bando deve essere aperto ai cittadini dell’Unione in ottemperanza all’art. 45 TFUE, lo deve essere anche per le altre categorie di cittadini extra UE previste dal citato art. 38, che erano rappresentate nel giudizio dalle Associazioni legittimate ASGI e APN (delle quali il Tribunale ha riconosciuto la legittimazione attiva per il contrasto alle discriminazioni per nazionalità).

Il bando dovrà ora essere rifatto, in ottemperanza all’ordine del giudice. Certo una complicazione, ma inevitabile per affermare un principio di uguaglianza che il Tribunale ha riconosciuto e che riveste particolare importanza ai fini di una politica di inclusione: ridurre le barriere di accesso degli stranieri al pubblico impiego significa entrare nell’ottica che la cura dell’interesse pubblico non è appannaggio del solo “cittadino” e che anche di chi mantiene un legame giuridico con il paese di origine, può porsi al servizio esclusivo della nazione (come recita l’art. 98 Cost.) nella quale risiede”.

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