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	<title>CIRDI &#187; Ricerche</title>
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	<description>Centro di informazione su razzismo e discriminazioni in Italia</description>
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		<title>Il rapporto 2013 di Amnesty international</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 08:14:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altro]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mondo è un posto sempre più pericoloso per i rifugiati e i migranti. Questa è una delle conclusioni del rapporto annuale di Amnesty international, che descrive la situazione dei diritti umani in 159 paesi, nel periodo tra gennaio e dicembre del 2012. “Troppi governi stanno violando i diritti umani in nome del controllo dell’immigrazione, agendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo è un posto sempre più pericoloso per i rifugiati e i migranti. Questa è una delle conclusioni del rapporto annuale di Amnesty international, che descrive la situazione dei diritti umani in 159 paesi, nel periodo tra gennaio e dicembre del 2012.</p>
<p>“Troppi governi stanno violando i diritti umani in nome del controllo dell’immigrazione, agendo al di là delle legittime misure di controllo alle frontiere. Queste misure non colpiscono solo le persone in fuga dai conflitti. Milioni di migranti sono trascinati in un ciclo di sfruttamento, lavori forzati e abusi sessuali dalle politiche contrarie all’immigrazione”, ha detto la direttrice generale di Amnesty international Italia Carlotta Sami.</p>
<p><strong>Le cifre.</strong> Amnesty, dopo aver esaminato questi 159 paesi, ha diffuso delle statistiche. Secondo l’associazione 112 paesi (il 70 per cento del totale) hanno torturato i loro cittadini. In 80 di questi (il 50 per cento) si sono tenuti dei processi arbitrari.</p>
<p>In 50 paesi (il 31 per cento) le forze di sicurezza si sono macchiate di omicidi illegali in tempo di pace, mentre il 64 per cento ha represso il diritto alla libertà d’espressione. Solo il 21 per cento invece ha eseguito condanne a morte, mentre due terzi del mondo sono abolizionisti, come già era stato anticipato nel rapporto sulla pena capitale diffuso ad aprile. Ad aprile, il trattato internazionale sul commercio delle armi è stato votato da 155 stati all’assemblea generale dell’Onu. Solo tre stati hanno votato contro: Siria, Corea del Nord e Iran. Nel mondo 15 milioni di persone sono classificate come rifugiati.</p>
<p><strong>La situazione in Italia.</strong>I rom hanno continuato a subire discriminazioni, lasciati senza una casa o sgomberati con la forza. Sono stati violati i diritti di migranti e rifugiati politici, è rimasta diffusa la violenza contro le donne e non sono state adottate misure sistemiche per impedire le violazioni dei diritti umani da parte della polizia. Questi gli aspetti sottolineati nel capitolo del rapporto di Amnesty dedicato all’Italia.</p>
<p>“Anche quest’anno c’è stata una progressiva erosione dei diritti umani, ritardi e vuoti legislativi non colmati, violazioni gravi e costanti se non in peggioramento”. Così, durante la presentazione del Rapporto annuale 2013, il presidente di Amnesty international Italia Antonio Marchesi ha commentato il capitolo sull’Italia.</p>
<p>Per Marchesi si tratta di “una situazione con molte ombre, tra cui l’allarmante livello raggiunto dalla violenza omicida contro le donne, gli ostacoli che incontra chi chiede verità e giustizia per chi è morto mentre si trovava nelle mani di agenti dello stato, la stigmatizzazione pubblica sempre più accesa di chi è diverso dalla maggioranza per colore della pelle o origine etnica”.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.internazionale.it/news/diritti-umani/2013/05/23/il-rapporto-2013-di-amnesty-international/" target="_blank">Internazionale.it</a></p>
<p>Leggi il <a href="http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Italia_2.pdf" target="_blank">rapporto sull&#8217;Italia</a></p>
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		<title>Arcipelago CIE. Indagine sui centri di identificazione ed espulsione italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 13:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Salute e welfare]]></category>

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		<description><![CDATA[I centri di identificazione ed espulsione (CIE) garantiscono il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali degli stranieri trattenuti? A quindici anni dall&#8217;istituzione di questi centri, qual è la reale efficacia dell&#8217;istituto della detenzione amministrativa nel contrasto dell&#8217;immigrazione irregolare? Esistono altri strumenti meno afflittivi per affrontare questo fenomeno? Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha presentato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I centri di identificazione ed espulsione (CIE) garantiscono il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali degli stranieri trattenuti? A quindici anni dall&#8217;istituzione di questi centri, qual è la reale efficacia dell&#8217;istituto della detenzione amministrativa nel contrasto dell&#8217;immigrazione irregolare? Esistono altri strumenti meno afflittivi per affrontare questo fenomeno? Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha presentato il 13 maggio, presso la sala della Stampa Estera a Roma, il rapporto Arcipelago CIE. Indagine sui centri di identificazione ed espulsione<strong>.</strong> Lo studio parte dalla volontà di trovare delle risposte ad alcune questioni di fondo, nella consapevolezza che il tema della detenzione amministrativa dei migranti vada ben al di là del problema umanitario e che riguardi la tutela di valori essenziali per la vita civile di un Paese. L&#8217;indagine, compiuta nell&#8217;arco di un anno, è la prima realizzata da un&#8217;organizzazione indipendente attraverso visite sistematiche in tutti i CIE, dopo il prolungamento, nel 2011, dei tempi di trattenimento a 18 mesi. Oltre che sul monitoraggio dei centri, lo studio si è basato sull&#8217;analisi di dati statistici e sulla raccolta di testimonianze dirette degli stranieri trattenuti e del personale che vi opera. Una parte del rapporto è inoltre dedicata alla situazione dei centri di detenzione per migranti in altri Paesi europei a forte pressione migratoria.</p>
<p>Le evidenze acquisite confermano in modo univoco la palese inadeguatezza dell&#8217;istituto della detenzione amministrativa nel tutelare la dignità e i diritti fondamentali dei migranti trattenuti, tra cui la salute e l&#8217;accesso alle cure. Inoltre, anche alla luce di un&#8217;analisi prettamente utilitaristica e sulla base dei dati forniti a MEDU dalla Polizia di Stato, il sistema dei CIE si dimostra fallimentare in quanto scarsamente rilevante e poco efficace nel contrasto dell&#8217;immigrazione irregolare. Il prolungamento dei tempi massimi di trattenimento a un anno e mezzo non ha inoltre sortito alcun effetto significativo in termini di efficacia nei rimpatri mentre ha contribuito ad aggravare in modo allarmante la tensione all&#8217;interno dei centri. Anche l&#8217;efficienza dell&#8217;intero apparato dei CIE appare quanto meno discutibile. In effetti, anche a prescindere dall&#8217;alto costo umano che i CIE comportano, l&#8217;insieme dei costi economici necessari ad assicurare la gestione, la sorveglianza, il mantenimento e la riparazione di queste strutture non appare commisurato ai modesti risultati conseguiti nell&#8217;effettivo contrasto dell&#8217;immigrazione irregolare.</p>
<p>I CIE si confermano dunque strutture congenitamente incapaci di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Un&#8217;inadeguatezza correlata alle modalità di funzionamento e alle caratteristiche strutturali che si rivela tanto più di fondo nella misura in cui mantiene la sua rilevanza indipendentemente dagli enti gestori presenti nelle singole strutture. Di fatto, la funzione degli enti gestori sembra limitarsi a quella di ruote più o meno efficienti all&#8217;interno di un iniquo ingranaggio – quello dei centri di identificazione ed espulsione – del quale non sono in grado di modificare, se non in modo alquanto marginale, le criticità di fondo.</p>
<p>Medici per i Diritti Umani chiede dunque : 1) la chiusura di tutti i centri di identificazione ed espulsione attualmente operativi in Italia, in ragione della loro palese inadeguatezza strutturale e funzionale; 2) la riduzione a misura eccezionale, o comunque del tutto residuale, del trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio.</p>
<p>Medici per i Diritti Umani ritiene, altresì, che il conseguimento dei due punti sopraccitati debba avvenire contestualmente all&#8217;adozione di nuove misure di gestione dell&#8217;immigrazione irregolare, caratterizzate dal rispetto dei diritti umani e da una maggior razionalità ed efficacia. Nel formulare alcune delle possibili proposte alternative all&#8217;attuale sistema dei CIE, Medici per i Diritti Umani ha ritenuto opportuno riferirsi ad alcune strategie di fondo già puntualmente individuate dalla Commissione De Mistura: diversificazione delle risposte per categorie di persone, gradualità e proporzionalità delle misure d&#8217;intervento, incentivazione della collaborazione tra l&#8217;immigrato e le autorità. In passato l&#8217;Italia è stata all&#8217;avanguardia nel superamento di istituzioni chiuse ritenute a torto ineliminabili, come, ad esempio, il manicomio, attuando riforme coraggiose, seppur non prive di difficoltà, come quella relativa all&#8217;assistenza psichiatrica. La chiusura dei centri di identificazione ed espulsione, nell&#8217;ambito di un profondo ripensamento delle politiche sull&#8217;immigrazione, potrebbe essere l&#8217;occasione per il nostro Paese di segnare un nuovo cammino di progresso civile.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.mediciperidirittiumani.org/comunicato_13_mag_13.html" target="_blank">MEDU</a></p>
<p>Leggi la<a href="http://www.mediciperidirittiumani.org/pdf/ARCIPELAGOCIEsintesi.pdf" target="_blank">sintesi del rapporto</a></p>
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		<title>Cie: incostituzionali e costosi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 12:52:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altro]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[CIE]]></category>

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		<description><![CDATA[Alberto di Martino, professore associato di Diritto Penale all&#8217;Istituto Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo) della Scuola Superiore Sant&#8217;Anna, da tempo segue le tematiche correlate all&#8217;immigrazione, con un team di ricerca che di recente ha contribuito alla pubblicazione di altri studi sull&#8217;immigrazione. Su Redattore Sociale del 9 maggio sono usciti due articoli, qui sotto insieme riproposti, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Alberto di Martino, professore associato di Diritto Penale all&#8217;Istituto Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo) della Scuola Superiore Sant&#8217;Anna, da tempo segue le tematiche correlate all&#8217;immigrazione, con un team di ricerca che di recente ha contribuito alla pubblicazione di altri studi sull&#8217;immigrazione. Su Redattore Sociale del 9 maggio sono usciti due articoli, qui sotto insieme riproposti, che raccolgono i risultati più importanti del rapporto “Criminalizzazione dell’immigrazione irregolare: legislazione e prassi in Italia”, a cura di Alberto di Martino e del suo staff.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’intero sistema dei centri di identificazione ed espulsione, come attualmente disciplinati nell’ordinamento italiano, è <strong>incostituzionale</strong>“. E’ quanto sostiene il rapporto, che prende in esame il pacchetto sicurezza e il diritto penale sull’immigrazione. “Tenuto conto dell’assimilabilità dei Cie alle strutture carcerarie – si legge nel rapporto &#8211; l&#8217;intero sistema di detenzione risulta incostituzionale, dal momento che viola l&#8217;articolo 13 della Costituzione posto a baluardo del diritto più elementare e fondamentale in una società democratica: quello della<strong> libertà personale</strong>. Questa disposizione dichiara solennemente che la libertà personale è inviolabile e che la privazione o restrizione della libertà personale può aver luogo soltanto ‘nei casi e secondo le modalità previsti dalla legge’ &#8211; e questo limite protegge tutti, cittadini e immigrati allo stesso modo. Tuttavia, la detenzione nel Cie non è regolata da legge, ma da provvedimenti amministrativi e a volte prassi di mero fatto. La conseguenza di questa omissione non è solo formale ma ha favorito la diffusione di pratiche disomogenee sul territorio e sostanziali disparità di condizioni di trattenimento tra i vari Cie. La violazione dell&#8217;articolo 13 ha quindi comportato anche la violazione del principio di uguaglianza: in assenza di una legge generale, ogni Cie ha le sue regole, scritte o non scritte”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>carattere penale della detenzione</strong> nei Cie è dedotto da alcune considerazioni. Innanzitutto “i centri sono generalmente progettati seguendo lo schema architettonico delle strutture carcerarie, circondati da alte mura e sotto videosorveglianza; l&#8217;ingresso dell&#8217;edificio è sotto sorveglianza; la sorveglianza è assicurata da unità di polizia sotto il controllo della Questura e da parte del personale militare; l’ingresso è consentito solo previa autorizzazione di un’autorità pubblica e previa identificazione; le visite sono consentite in determinati giorni e orari per i parenti che si trovano regolarmente in Italia, e con la preventiva autorizzazione per gli avvocati, ministri di culto, il personale diplomatico, associazioni ed enti che hanno accordi con la prefettura locale”. E ancora, “i soggetti trattenuti sono alloggiati in cellule o in unità abitative separate l&#8217;una dall&#8217;altra per mezzo di barriere metalliche o di plexiglas e non possono spostarsi liberamente da un&#8217;unità all&#8217;altra; non è possibile per i trattenuti lasciare il centro senza autorizzazione; gli uomini e le donne sono rigorosamente separati; oggetti che potrebbero essere utilizzati come armi sono proibite, tra cui penne con tappi, graffette, materiale infiammabile, e sono vietati oggetto infiammabile tra cui anche giornali e riviste; il personale interno percepisce il Cie come struttura carceraria”. Infine, “la natura penitenziaria dei Cie è ammessa nella relazione della commissione speciale per la difesa e la promozione dei diritti umani”. Queste considerazioni sono frutto di visite ufficiali ai Cie che hanno dato l’autorizzazione, di interviste al garante delle persone private della libertà personale della regione Lazio e agli operatori esperti del settore immigrazione (in particolare gli avvocati dell’associazione Asgi). Per quanto riguarda la raccolta dei dati, il ministero dell’Interno ha fornito solo quelli relativi al numero complessivo di presenze annue nei Cie ma nessuna prefettura, ad eccezione delle prefetture di Caltanissetta e Torino &#8211; che comunque hanno inviato dati parziali ed incompleti &#8211; ha fornito le informazioni richieste né i regolamenti interni e le circolari né ha inviato un diniego formale e motivato alle richieste inoltrate. Questo fa dire ai ricercatori che il sistema dei Cie viola anche “il principio democratico, perché l’oscurità delle fonti che regolano effettivamente il governo dei Cie crea una situazione di notizie riservate nell’interesse dello Stato al di fuori della normativa prevista specificamente in materia di segreti di Stato e notizie riservate, appunto, nell’interesse dello Stato. C’è una sottrazione di parti del territorio dello Stato, se non alla vista, all’effettivo controllo democratico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma i Cie costituiscono anche un alto costo per lo Stato italiano: <strong>55 milioni di euro l&#8217;anno</strong>, senza che si possa verificare l&#8217;efficienza della pubblica amministrazione nel settore del contrasto all&#8217;immigrazione irregolare. Sono questo i Centri di identificazione e di espulsione esaminati dal punto di vista dei costi per lo Stato, secondo quanto emerge dal rapporto della Scuola Superiore Sant&#8217;Anna di Pisa ““Criminalizzazione dell’immigrazione irregolare: legislazione e prassi in Italia” (vedi lancio precedente). 55 milioni di euro non è un dato fornito da fonti ufficiali, ma il calcolo fatto dai curatori del rapporto mettendo insieme una serie di cifre che racchiudono i costi di gestione, quelli per l&#8217;attività legale e quelli di costruzione e ristrutturazione delle strutture. Oltre 80 mila euro è la spesa per costruire un solo posto letto in più, circa 20 milioni di euro l&#8217;anno costa la gestione complessiva di tutti i Cie italiani, 350 euro il gratuito patrocinio a spese dello Stato per una sola persona, 10 euro servono per l’emissione di ogni provvedimento di convalida del trattenimento da parte del giudice di pace, e 20 euro è il costo del giudice per ogni udienza. Il trattenimento nel Cie funziona con il sistema delle proroghe, quindi un trattenuto che rimane nel Cie per 180 giorni avrà bisogno di 4 udienze.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima cosa che risulta dal rapporto è la scarsa trasparenza della pubblica amministrazione. I ricercatori non hanno avuto informazioni dirette dai Centri e dalle prefetture e sono dovuti andare a spulciare leggi e documenti della Camera per risalire alle somme spese. “In un primo momento si è proceduto all’invio di un questionario a tutti i Cie italiani con domande specifiche relative ai costi dei centri: costi relativi alla gestione quotidiana, costi di costruzione/ristrutturazione, costi del personale, ecc – scrivono i curatori dell&#8217;indagine &#8211; Non ricevendo risposta, la sezione sui costi è stata elaborata basandosi sull’analisi delle varie relazioni tecniche di accompagnamento ai progetti di legge divenuti leggi negli ultimi quattro anni. I dati forniti dal Ministero degli Interni in relazione ai migranti trattenuti nei Cie italiani dal 2009 a giugno 2011 sono stati utilizzati per fare una stima dei costi relativi alla detenzione a seguito dell’estensione fino a 18 mesi del periodo massimo di trattenimento”. Si tratta quindi di stime e proiezioni statistiche, in parte basate su stanziamenti effettuati in questi anni dal Parlamento per i Cie. Nel 2008 sono stati stanziati 78 milioni fino al 2010 divisi su tre anni per costruire 1000 posti in più. Il calcolo si basava sulla spesa effettuata per ogni posto letto nel Cie di Torino, pari a 78 mila euro. Il pacchetto sicurezza del 2009 ha esteso la detenzione massima da 2 a sei mesi. Dalla relazione tecnica al decreto legge 11/2009 vengono ricavati dati sull&#8217;impatto economico dell&#8217;estensione a 180 giorni della reclusione. In particolare, la relazione tecnica considera i maggiori oneri connessi alla costruzione o la ristrutturazione di Cie per fornire nuovi posti; alla permanenza degli stranieri presso gli stessi centri (alla luce del periodo di estensione del trattenimento); all’aumento del numero delle convalide del trattenimento da parte dei giudice di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella relazione si assume che il nuovo tempo medio di trattenimento degli stranieri nei centri sarà di 120 giorni e si stima la necessità di aumentare i posti nei Cie, passando da 1160 a 4.640. Bisognerebbe dunque costruire altri 3.480 posti. E si arriva a calcolare che il costo complessivo per la realizzazione di nuove strutture sarebbe pari a 117.000.000 di euro. Altri 980 posti dovrebbero essere ricavati dalla ristrutturazione dei Cie esistenti. In questo caso viene preso come riferimento il centro di Brindisi, dove ci sono voluti 5000 euro a posto letto per la ristrutturazione, ma si trattava di semplici modifiche. Il costo massimo ventilato per edifici da ristrutturare completamente è di 40 mila euro per ogni posto da ristrutturare. Il costo complessivo per la ristrutturazione di strutture esistenti tocca i 22.050.000 euro. L’estensione della durata della detenzione comporta anche un aumento dell’attività dei giudici di pace, che sono chiamati a convalidare il provvedimento di fermo. Il costo del gratuito patrocinio viene calcolato in 350 euro a persona compreso il pagamento dell&#8217;interprete. Nel complesso, fra la difesa legale e le udienze di convalida e proroga della reclusione, la spesa per le casse pubbliche passa da 434 mila euro nel 2010 a oltre 5 milioni (5. 271.000 euro nel 2012).</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori concludono l&#8217;analisi con una simulazione fino al limite massimo di trattenimento oggi in vigore, cioè 18 mesi, pari a 540 giorni. Considerando la capacità corrente di 1.681 posti, relativa ai dati ad agosto 2011, mancano ancora tremila posti rispetto alle necessità individuate dalla relazione tecnica della Camera. Se la pubblica amministrazione decidesse di costruire nuove strutture per coprire tale necessità al costo medio di 78 mila euro (rivalutato all’indice Nic ad 82.056 euro), si arriverebbe a spendere quasi 245 milioni di euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.sssup.it/news.jsp?ID_NEWS=4319&amp;GTemplate=ist_home.jsp">Scuola Superiore S.Anna di Pisa.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">Leggi lo <a href="http://www.wiss-lab.dirpolis.sssup.it/files/2013/03/Libro-dirpolis.pdf">studio</a> (in inglese)</p>
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		<title>&#8220;Se dico rom&#8230;&#8221;: indagine sulla rappresentazione dei cittadini rom e sinti nella stampa italiana</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 13:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[rom]]></category>

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		<description><![CDATA[Per 10 mesi, da giugno 2012 a marzo 2013, i volontari dell&#8217;associazione Naga hanno analizzato gli articoli relativi a cittadini rom e sinti, o che vi facessero solo riferimento, pubblicati su 9 testate giornalistiche nazionali e locali: Corriere della Sera; La Repubblica; La Stampa; Il Sole 24 ore; Il Giornale; Libero Quotidiano; La Padania; La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per 10 mesi, da giugno 2012 a marzo 2013, i volontari dell&#8217;associazione Naga hanno analizzato gli articoli relativi a cittadini rom e sinti, o che vi facessero solo riferimento, pubblicati su 9 testate giornalistiche nazionali e locali: Corriere della Sera; La Repubblica; La Stampa; Il Sole 24 ore; Il Giornale; Libero Quotidiano; La Padania; La Prealpina; Leggo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;indagine che abbiamo svolto parte dal presupposto che anche attraverso la stampa si costruisce un&#8217;immagine sociale negativa dei rom e sinti. Abbiamo analizzato gli articoli per descrivere alcuni dei meccanismi attraverso i quali questo processo avviene e per capire quale sia il nesso tra rappresentazione negativa e discriminazione.&#8221; Afferma Natascia Curto, una delle volontarie che ha curato la ricerca. &#8220;Ci aspettavamo di riscontrare una visibilità marcata per episodi negativi di cui qualche rom si è reso protagonista, ma non abbiamo trovato solo questo. Dall&#8217;analisi svolta emerge anche l&#8217;associazione sistematica dei rom con fatti negativi che non li vedono direttamente coinvolti. Si può affermare che <strong>inserire i rom in articoli che parlano di fatti negativi è un&#8217;abitudine molto diffusa</strong>, in tutti i giornali, e relativamente a differenti tipologie di fatti&#8221; prosegue la volontaria, &#8220;Spesso queste associazioni raggiungono livelli discriminatori e vengono fatte ricorrendo a dichiarazioni riportate tra virgolette. Inoltre, un&#8217;altra modalità riscontrata nel trattamento dei rom nella stampa è quella di creare una separazione, un noi e un loro, i &#8216;cittadini&#8217; e i rom: due gruppi divisi, diversi ontologicamente, che non si intersecano e il cui benessere è alternativo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dalla nostra analisi emerge che nel <strong>30% degli articoli</strong> sono presenti <strong>dichiarazioni</strong> che si possono considerare <strong>discriminatorie</strong>.&#8221; Commentano Cristina Ferloni e Fanny Gerli, le volontarie che hanno svolto l&#8217;analisi quantitativa della ricerca. &#8220;La maggiore frequenza di articoli che parlano di rom è riconducibile alle testate nazionali, con una significativa prevalenza per il Corriere della Sera e La Repubblica, seguiti da Libero nella sua edizione milanese. Le dichiarazioni discriminatorie analizzate rimandano in prevalenza a racconti di intolleranza sociale e discriminazione (37,2%), seguiti da quelli che fanno emergere una differenziazione tra un &#8220;noi&#8221; e un &#8220;loro&#8221; (32,3%).&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Leggendo i giornali ci siamo rese conto che le affermazioni discriminatorie nei confronti dei rom vengono lasciate scorrere senza che suscitino alcuna reazione né personale né collettiva. Evidentemente il pregiudizio verso i rom è talmente radicato nella cultura nella quale viviamo da non essere neanche più riconosciuto e da aver raggiunto il livello ontologico: è sufficiente essere rom per essere qualcosa di negativo, non serve compiere nessuna azione.&#8221; Concludono le tre volontarie.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;indagine ha messo in luce il ruolo che la stampa ha nel costruire e confermare l&#8217;immagine sociale dei rom e come, a prescindere dalle intenzioni, il trattamento che essa fa dei rom possa contribuire a creare nell&#8217;opinione pubblica un&#8217;idea negativa di queste persone, rinforzando così le barriere che impediscono la piena fruizione dei diritti civili e sociali da parte dei rom. Questo è l&#8217;effetto, ed è un effetto discriminatorio. Ma la stampa può essere non solo strumento di esclusione, ma anche di conoscenza e avvicinamento&#8221; afferma il presidente del Naga Cinzia Colombo, &#8220;Per questo motivo il Naga propone ai singoli giornalisti, all&#8217;Ordine dei giornalisti, ai titolisti, alla Federazione Nazionale della Stampa e agli editori di: rispettare e applicare le Linee guida per l&#8217;applicazione della Carta di Roma; firmare l&#8217;appello &#8216;I media rispettino il popolo Rom&#8217;, lanciato da Giornalisti contro il razzismo; dare voce ai cittadini rom e sinti, raccogliere le loro voci, interpellarli e ascoltarli come fonti.&#8221; Prosegue il Presidente. &#8220;Il Naga chiede anche ai singoli cittadini di farsi portatori di una rappresentazione diversa dei cittadini rom e sinti. Ciascuno di noi, infatti, nel suo quotidiano, nelle conversazioni con gli amici, negli scambi di battute sul lavoro, nei discorsi in famiglia, ha l&#8217;occasione di confermare o contrastare tanti piccoli stereotipi che circolano su rom e sinti. E&#8217; un lavoro culturale che non può essere compiuto da un singolo, cittadino o associazione, ma che ha bisogno di un impegno capillare e costante di ciascuno.&#8221; conclude il presidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.naga.it/index.php/notizie-naga/items/se-dico-rom.html">Naga.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">Leggi il<a href="http://www.naga.it/tl_files/naga/comunicati/INVITI/2013_SeDicoRom_HI_.pdf"> rapporto</a></p>
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		<title>Assistenti familiari stranieri: molte ore di lavoro, alto livello d&#8217;istruzione, desiderio di rimpatriare</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[assistenza familiare]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo dati INPS sono oltre 750mila i cittadini stranieri censiti che si occupano, in varie forme, di assistenza familiare. Un numero sicuramente inferiore a quello effettivo, in conseguenza della non marginale presenza di persone che svolgono attività di collaborazione domestica senza un contratto di lavoro regolare. Vengono da Romania, Ucraina, Moldova, Filippine, Ecuador, Sri Lanka, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Secondo dati INPS sono oltre 750mila i cittadini stranieri censiti che si occupano, in varie forme, di assistenza familiare. Un numero sicuramente inferiore a quello effettivo, in conseguenza della non marginale presenza di persone che svolgono attività di collaborazione domestica senza un contratto di lavoro regolare. Vengono da Romania, Ucraina, Moldova, Filippine, Ecuador, Sri Lanka, Perù, e a seguire Georgia, Polonia, Bulgaria, Albania, Argentina, Bangladesh, Brasile, Egitto, Haiti, India, Lettonia, Ma chi sono veramente?</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno un livello di istruzione elevato ma non hanno ricevuto una formazione specifica per il lavoro che svolgono; non sempre i loro diritti vengono tutelati, ma hanno una grande capacità di risparmio. L’identikit degli assistenti familiari stranieri in Italia emerge da un’indagine promossa da Unicredit Foundation e realizzata dal Centro studi e ricerche Idos. La ricerca ha coinvolto 606 persone provenienti da vari Paesi, i più numerosi da Romania, Ucraina, Moldova, Filippine, Ecuador. La tipologia delle persone da assistere vede in prima posizione gli anziani (53,1%, in più della metà dei casi un anziano solo). La grande maggioranza degli intervistati lavora tra le <strong>20 e le 40 ore a settimana (55,6%)</strong>, una quota consistente (<strong>26,2%</strong>) lavora tra le <strong>41 e le 60 ore</strong> e addirittura non mancano i casi di oltre 60 ore di lavoro (4,0%), come vi è anche chi lavora meno di 20 ore (6,4%). Le mansioni affidate riguardano principalmente la <strong>cura delle persone (66,5%)</strong> e la <strong>cura della casa (per il 63,2%)</strong>, ma non è di poco conto il lavoro svolto in <strong>cucina (33,3%)</strong>, mentre è meno ricorrente il compito di fare la spesa (7,1%).</p>
<p style="text-align: justify;">Il livello di istruzione risulta mediamente elevato, con il <strong>26,7%</strong> che ha conseguito il <strong>diploma</strong> e il <strong>18,0%</strong> che ha frequentato l’<strong>università</strong>. Meno soddisfacente è la formazione specifica ricevuta per la cura delle persone (73,3% risposte negative e 24,7% risposte positive), ma solo una quota minoritaria sente la necessità di questa formazione (36%). In tema di diritti e doveri, il <strong>33,6% non fruisce pienamente dei giorni di riposo</strong> settimanali previsti dal contratto collettivo nazionale, il 56,5% non presenta la dichiarazione dei redditi (benché obbligatoria per i redditi da lavoro dipendente superiori a 8.000 euro). Il 61% trova lavoro attraverso il passaparola tra connazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi lavoratori sono in grado di accantonare anche fino a 250 euro al mese; il denaro guadagnato viene poi in parte spedito, nella maggioranza dei casi, ai familiari nei Paesi d’origine. Anche perché tra gli intervistati, di tutte le età, prevale il <strong>desiderio di rimpatriare (78%).</strong> Un’aspettativa peraltro confermata dalla bassa propensione all’acquisto di una casa, tranne che per la fascia di intervistati con un’età compresa tra i 20 e 30 anni. Il 73% ha figli e di loro uno su tre intende farli venire in Italia. Infine, il 62,4% riceve la retribuzione in contanti, anche quando supera la soglia dei mille euro oltre la quale la legge vieta il trasferimento di contante fra privati.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.immigrazioneoggi.it/daily_news/notizia.php?id=005282">Immigrazione Oggi.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">Leggi il <a href="https://www.unicreditfoundation.org/content/dam/ucfoundation/documents/publications/Report_immigrazione.pdf">rapporto</a> completo</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UNICEF: benessere dei bambini in Italia, problematica la situazione dei minori stranieri</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 11:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>

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		<description><![CDATA[La povertà dei bambini in Italia è un problema serio, soprattutto per i minori del Sud e i bambini delle famiglie immigrate al Nord: lo ha evidenziato il direttore del Dipartimento statistiche sociali e ambientali dell’Istat, Linda Laura Sabbadini, intervenendo alla presentazione del Rapporto Unicef sul benessere dei bambini nei Paesi ricchi. Nello specifico, l’Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La povertà dei bambini in Italia è un problema serio, soprattutto per i minori del Sud e i bambini delle famiglie immigrate al Nord: lo ha evidenziato il direttore del Dipartimento statistiche sociali e ambientali dell’Istat, Linda Laura Sabbadini, intervenendo alla presentazione del Rapporto Unicef sul benessere dei bambini nei Paesi ricchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico, l’Italia è al 23° posto (su 29 Paesi) nell’area del benessere materiale, al 17° posto nella salute e sicurezza, al 25° posto nell&#8217;istruzione; al 21° posto per quanto riguarda le condizioni abitative e ambientali. In Italia il 17% dei bambini – pari a circa 1.750.000 minorenni – vive sotto la soglia di povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per quanto riguarda le famiglie immigrate – ha spiegato Sabbadini – la condizione dei bambini è sicuramente peggiore nelle comunità dove le donne lavorano di meno, come ad esempio quella marocchina, perché il lavoro femminile è un elemento protettivo dei minori dalla povertà. Invece il segno della povertà minorile è più basso in altre comunità, come quelle filippine o romene, perché i bambini arrivano in Italia quando la famiglia si è già consolidata”. Quanto alla scuola, Sabbadini ha sottolineato che in Italia “non svolge un ruolo di equilibrio sociale per i bambini più svantaggiati”. L’estrazione sociale “pesa troppo sul percorso di studi, condizionandone scelte ed esiti e incidendo poi anche sull’ingresso nel mercato del lavoro. C’è un percorso segnato per i bambini, soprattutto al Sud, tra gli immigrati e in genere nelle classi più basse, e questo è un nodo cruciale che incide anche sull’accesso all’università. Insomma, le distanze sociali in Italia non sono diminuite”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esprimersi con preoccupazione per le condizioni dell’infanzia immigrata è stato anche il presidente del Senato Pietro Grasso. “Già in campagna elettorale – ha detto Grasso – mi sono fatto portavoce dei diritti di cittadinanza dei minori stranieri. Di tutti quei bambini che – per lingua, istruzione e tradizioni acquisite – si sentono in tutto e per tutto italiani. Quindi difenderò in maniera concreta e fattiva l’acquisizione di questo diritto”.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.unicef.it/doc/4690/report-card-11.htm">Unicef.it</a></p>
<p>Leggi il <a href="http://www.unicef.it/Allegati/RC11-IT-AW-LORES-fnl.pdf">rapporto</a> (in italiano)</p>
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		<title>Rapporto ENAR: Hidden Talents, Wasted talents?</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 07:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini stranieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicato il rapporto ENAR &#8220;Hidden Talents, Wasted Talents?&#8221; che riflette sulle opportunità perse dai Paesi europei nel non riconoscere e sfruttare pienamente le capacità dei propri immigrati. Troppo spesso in Europa la diversità viene ancora percepita come una minaccia, mentre soprattutto oggi, alla luce della crisi economica globale, dell&#8217;invecchiamento della popolazione e dei bassi tassi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pubblicato il rapporto ENAR &#8220;Hidden Talents, Wasted Talents?&#8221; che riflette sulle opportunità perse dai Paesi europei nel non riconoscere e sfruttare pienamente le capacità dei propri immigrati. Troppo spesso in Europa la diversità viene ancora percepita come una minaccia, mentre soprattutto oggi, alla luce della crisi economica globale, dell&#8217;invecchiamento della popolazione e dei bassi tassi di natalità, dovrebbe essere considerata un&#8217;opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto ENAR sottolinea le opportunità culturali, sociali, politiche ed economiche derivanti da un approccio diverso alla diversità, cercando di mettere in luce le perdite che il nostro sistema è costretto a subire nel non riconoscere e valorizzare tali diversità. L&#8217;apporto positivo dei cittadini stranieri all&#8217;economia italiana è stato oggetto di <a href="http://www.cirdi.org/notizie/800-000-posti-di-lavoro-creati-dalle-imprese-di-cittadini-stranieri/">diverse pubblicazioni</a>, anche recenti. Questo rapporto permette di ampliare l&#8217;analisi agli aspetti culturali, sociali e politici, allargando la riflessione al contesto europeo.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.enar-eu.org/Page_Generale.asp?DocID=15295&amp;la=1&amp;langue=EN">Enar-eu.org</a></p>
<p>Leggi il <a href="http://cms.horus.be/files/99935/MediaArchive/publications/20068_Publication_HiddenTalents_web.pdf">rapporto </a>(in inglese)</p>
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		<title>Diritti fondamentali ai confini marittimi del Sud Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 07:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
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		<category><![CDATA[diritti fondamentali]]></category>
		<category><![CDATA[profughi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il rapporto FRA &#8220;Fundamental rights at the EU&#8217;s southern sea borders&#8221; descrive i viaggi della disperazione e le morti in mare di molti migranti, riflette sull&#8217;attuale sistema di sorveglianza marittima e di accordi di cooperazione con i Paesi terzi e discute il trattamento previsto per i migranti che arrivano sulla terra ferma. Un ultimo capitolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il rapporto FRA &#8220;Fundamental rights at the EU&#8217;s southern sea borders&#8221; descrive i viaggi della disperazione e le morti in mare di molti migranti, riflette sull&#8217;attuale sistema di sorveglianza marittima e di accordi di cooperazione con i Paesi terzi e discute il trattamento previsto per i migranti che arrivano sulla terra ferma. Un ultimo capitolo è dedicato alle operazioni in mare coordinate dall&#8217;agenzia europea di controllo delle frontiere (Frontex) e ai meccanismi di solidarietà europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre molti rapporti che trattano queste tematiche si concentrano su un episodio specifico di attraversamento della frontiera, la FRA ha raccolto dati esaustivi relativi ai quattro stati dove arrivano la maggior parte dei migranti via mare in Europa (Spagna, Italia, Grecia e Malta). Le fonti su cui si basano il rapporto includono la testimonianza delle guardie di frontiera, dei pescatori e degli stessi migranti. L&#8217;ampio obiettivo della ricerca e il gran numero di interviste realizzate hanno permesso alla FRA di delineare un quadro preciso delle buone e cattive pratiche in uso, indicando dove le autorità politiche devono intervenire per aumentare la protezione dei diritti fondamentali dei migranti al loro arrivo in Europa.</p>
<p>Fonte: <a href="http://fra.europa.eu/en/press-release/2013/fundamental-rights-eus-southern-sea-borders-deficiencies-promising-practices-and">Fra.eu</a></p>
<p>Leggi il <a href="http://fra.europa.eu/sites/default/files/fundamental-rights-europes-southern-sea-borders_en.pdf">rapporto</a> completo (in inglese)</p>
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		<title>Il rapporto ENAR: nuove forme di razzismo in Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 07:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altro]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il razzismo in Europa assume diverse forme, antiche e nuove. Negli ultimi anni è emersa una preoccupante forma di razzismo, che ricorre alla libertà di espressione e alla &#8220;vittimizzazione dei bianchi&#8221; per giustificare e promuovere atteggiamenti di esclusione e discriminazione. Una nuova pubblicazione della Rete Europea contro il razzismo (ENAR) esplora come si manifesta tale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il razzismo in Europa assume diverse forme, antiche e nuove. Negli ultimi anni è emersa una preoccupante forma di razzismo, che ricorre alla libertà di espressione e alla &#8220;vittimizzazione dei bianchi&#8221; per giustificare e promuovere atteggiamenti di esclusione e discriminazione. Una nuova pubblicazione della Rete Europea contro il razzismo (ENAR) esplora come si manifesta tale forma di razzismo oggi in Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la libertà di espressione è sempre più utilizzata in Europa per giustificare il &#8220;diritto all&#8217;offesa&#8221; verso le minoranze etniche e religiose o incitare l&#8217;odio verso il diverso, legittimando &#8211; in nome di questo diritto &#8211; comportamenti razzisti. Contemporaneamente, si sta sviluppando un&#8217;ideologia di &#8220;vittimizzazione dei bianchi&#8221; o &#8220;razzismo al contrario&#8221;, per la quale le popolazioni di altre culture sono ritratte come minacce per le popolazioni &#8220;native&#8221;, che rischiano di diventare una minoranza nelle loro stesse società.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato di questi due sviluppi è che le manifestazioni di razzismo sono diventate sempre più accettate politicamente. Gli stati e i leader politici europei non si sono ancora assunti la responsabilità di rispondere a queste tendenze, per paura di perdere parte del proprio elettorato &#8211; benchè due terzi degli europei siano a favore di politiche di uguaglianza e giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di questo, ENAR invita a pensare azioni di concerto, soprattutto da parte dei leader politici, per delegittimare tali discorsi razzisti e xenofobi, proponendo un progetto alternativo e inclusivo per l&#8217;Europa, che promuova uguaglianza e che garantisca che chiunque possa accedere ad un lavoro remunerato e di qualità. Il lavoro a livello locale è essenziale per sviluppare un nuovo e positivo senso di appartenenza.</p>
<p>Fonte: <a href="http://antisemitism.org.il/article/77906/recycling-hatred-racisms-europe-today">Antisemitism.org</a></p>
<p>Leggi il <a href="http://cms.horus.be/files/99935/MediaArchive/publications/SymposiumReport_LR%20final.pdf">report</a> dell&#8217;ENAR</p>
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		<title>UNHCR: +8% domande d&#8217;asilo nel mondo, ma in Italia in diminuzione</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 09:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altro]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[richiedenti asilo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuovi e vecchi conflitti &#8211; tra i quali quelli in Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia &#8211; hanno contribuito all&#8217;aumento dell&#8217;8% nel numero di domande d&#8217;asilo presentate nei paesi industrializzati durante il 2012, con l&#8217;incremento più deciso registrato tra le domande d&#8217;asilo inoltrate da cittadini siriani. Sono state complessivamente 479.300 le richieste d&#8217;asilo registrate nei 44 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nuovi e vecchi conflitti &#8211; tra i quali quelli in Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia &#8211; hanno contribuito all&#8217;<strong>aumento dell&#8217;8%</strong> nel numero di <strong>domande d&#8217;asilo</strong> presentate nei paesi industrializzati durante il 2012, con l&#8217;incremento più deciso registrato tra le domande d&#8217;asilo inoltrate da cittadini siriani. Sono state complessivamente <strong>479.300</strong> le richieste d&#8217;asilo registrate nei 44 paesi presi in esame dal rapporto Asylum Levels and Trends in Industrialized Countries 2012 (Livelli e tendenze dell&#8217;asilo nei paesi industrializzati 2012) pubblicato oggi dall&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Si tratta del totale annuale più elevato dal 2003, una cifra che conferma la tendenza in aumento riscontrata in tutti gli anni tranne uno dal 2006 a oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello regionale, nel 2012, è stata l&#8217;Europa a ricevere il maggior numero di domande d&#8217;asilo: 355.500 in 38 paesi rispetto alle 327.600 dell&#8217;anno precedente. Tra i singoli paesi la Germania ha fatto registrare il più alto numero di richieste (64.500, il 41% in più rispetto al 2011), seguita da Francia (54.900 domande, +5%) e Svezia (43.900 domande, +48%). Un aumento del 33% in Svizzera (25.900 le richieste inoltrate) ha collocato il paese quasi al livello del Regno Unito (27.400 domande, +6%). In <strong>Italia</strong>, il numero di domande di asilo (15.700) è più che <strong>dimezzato</strong> rispetto all’anno precedente anche a causa del ridotto numero di arrivi via mare. Il dato italiano contribuisce ad abassare il numero di domande di asilo in Europa meridionale del 27% (48.600 domande). Si tratta del secondo valore più basso negli ultimi 6 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel complesso, comunque, il paese che ha ricevuto il maggior numero di domande d&#8217;asilo sono stati gli Stati Uniti con 83.400 (7.400 in più rispetto all&#8217;anno precedente), presentate per la maggior parte da cittadini di Cina (24%), Messico (17%) ed El Salvador (7%). Anche in Asia nord-orientale e Australia si sono avuti incrementi, ma complessivamente si tratta di cifre più contenute. Giappone e Repubblica di Corea nel 2012 hanno registrato 3.700 domande d&#8217;asilo, un aumento del 28% rispetto al 2011. Il numero di persone che ha chiesto asilo in Australia è salito del 37% con un totale di 15.800 domande registrate nel 2012.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;<strong>Afghanistan</strong> si è confermato il paese d&#8217;origine del maggior numero di richiedenti asilo (36.600 domande nel 2012 rispetto alle 36.200 dell&#8217;anno precedente), seguito dalla <strong>Siria</strong>, dove il conflitto si è tradotto in un aumento del 191% nel numero di domande d&#8217;asilo presentate (24.800). Terzo paese è risultato la Serbia [compreso il Kosovo] con 24.300 domande (+14%). Numeri rilevanti di richieste d&#8217;asilo inoltre sono stati presentati da cittadini di Cina (24.100) e Pakistan (23.200, la cifra più alta finora documentata, per un incremento del 21% rispetto al 2011).</p>
<p style="text-align: justify;">Il numero di domande d&#8217;asilo non corrisponde a quello delle persone cui viene riconosciuto lo status di rifugiato, né costituisce un indicatore dell&#8217;immigrazione. Nella maggior parte dei casi le persone che cercano rifugio da un conflitto scelgono di restare nei paesi vicini nella speranza di poter tornare a casa. Un esempio di questa tendenza è proprio la Siria: 24.800 cittadini siriani hanno presentato domande d&#8217;asilo nei paesi industrializzati, mentre oltre 1,1 milioni rifugiati siriani si trovano nei paesi circostanti. È altrettanto vero comunque che le domande d&#8217;asilo possono riflettere l&#8217;ambiente prevalente in termini di sicurezza globale e rischio politico: quando ci sono più conflitti, ci sono anche più rifugiati.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.unhcr.it/news/dir/28/view/1453/rapporto-unhcr-anche-il-conflitto-in-siria-alla-base-dellaumento-delle-domande-dasilo-nei-paesi-industrializzati-145300.html">UNHCR.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">Leggi il <a href="http://www.unhcr.org/5149b81e9.html">rapporto</a></p>
]]></content:encoded>
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