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Braccianti stranieri, al Sud paghe inferiori del 40% rispetto agli italiani

Nel Mezzogiorno è ricomparso il mercato dei braccianti che vengono selezionati e reclutati direttamente dai datori di lavoro o, più frequentemente, dai caporali. Una ricerca analizza la violazione dei diritti umani e sociali dei lavoratori agricoli stranieri nel Mezzogiorno tentando di individuarne le cause. Le violazioni osservate non riguardano solo i diritti a condizioni di lavoro umano con paghe decenti, ma anche il diritto a condizioni abitative decenti e situazioni igienico sanitarie – negli insediamenti e nel lavoro – che non mettano in pericolo la salute. Esse in diversi casi riguardano anche la mancanza di rispetto della dignità personale e – sia pure in casi eccezionali – la limitazione della libertà personale In un mercato del lavoro destrutturato a retribuzione pari o inferiore alla soglia di povertà o comunque del 40% inferiore a quella di un lavoratore italiano impiegato nelle stesse mansioni; lungo (sopra le 8 ore) o lunghissimo (sopra le 12 ore) orario di lavoro; abuso della vulnerabilità giuridica e sociale del lavoratore. Si può dire che tutti gli intervistati – e tutti quelli di cui abbiamo conoscenza – si collocano sotto le soglie indicate.

La ricerca documenta anche i molteplici e variabili accordi tra imprese agricole e caporali. Alla attenzione al lavoro on the work place si accompagna anche una analisi della collocazione degli immigrati nel mercato del lavoro e dei meccanismi di regolazione. La figura chiave in questi processi è quella del ‘caporale’: si tratta dell’ intermediatore -trasportatore di mano d’opera il cui ruolo fondamentale nel garantire – ancorché a tutto vantaggio delle imprese – l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, “disciplinando” la forza lavoro, che contribuisce a mantenere i salari al limite della sussistenza.

Sono vari i modelli di ‘caporalato’, dal semplice taglieggiamento delle paghe in cambio del servizio di trasporto e dell’ingaggio a forme di maggiore prepotenza e violenza, fino a quelle – in realtà rarissime – riferibili alle riduzione in schiavitù. La tratta di esseri umani in qualche si registra anche nel caso della gestione dell’immigrazione (soprattutto clandestina) allo scopo di sfruttamento lavorativo, ma la libertà di un qualunque bracciante agricolo di andarsene la sicurezza di non essere bastonato, il subire come unica minaccia la discriminazione non rendono in alcun modo civile una condizione di vita che vede un affollamento in tuguri malsani e salari di tre euro all’ora.

Nessuno forza questi lavoratori a piegarsi a queste condizioni se non uno stato estrema necessità, una povertà enorme della situazione di partenza e delle condizioni in cui vivono le famiglie e soprattutto, una forte debolezza contrattuale e una serie di discriminazioni sul piano normativo, aggravatesi come vedremo nei ultimi anni. Non si tratta di tratta in senso stretto ma di gravissime condizioni caratterizzate da sistematica violazioni dei diritti. L’accento sulla figura del caporale come criminale (spesso, ma non sempre, veritiera) sposta il centro dell’attenzione lontano dai rapporti di produzione e di potere e soprattutto da chi beneficia di quel sistema anche per protezione istituzionale.

E’ il meccanismo complessivo di sfruttamento – del quale il caporalato è il nucleo centrale ma non il fattore esclusivo – all’origine delle violazioni dei diritti che abbiamo osservato e documentato. Eppure molto si può fare.

Fonte: PietroMarcenaro.it

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Scritto da il giu 21 2012. Registrato sotto Lavoro, Ricerche. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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